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Pag 403 e 416 Domande

 Pag. 406

1)

Con l'espressione industria culturale indichiamo il complesso dei soggetti e delle attività economiche che, nella società industriale avanzata, si occupano della produzione e della distribuzione di beni e servizi culturali. L'industria culturale copre dunque ambiti della vita sociale che appartengono alla nostra percezione abituale della realtà e con i quali, grazie a determinate esperienze di consumo, veniamo frequentemente in contatto: il mondo dell'editoria, le case discografiche, l'industria cinematografica, i mezzi di comunicazione di massa. Parole come "industria" e "cultura" ricorrono con una certa frequenza nei nostri discorsi, e con un significato tutto sommato piuttosto definito:

quando parliamo di 'industria" abbiamo in mente il complesso delle attività produttive che trasformano le materie prime in merci di consumo. Si tratta di un fenomeno che, a partire dal XVIII secolo circa, avviene grazie all'investimento di ingenti capitali e all'uso di macchinari che permettono la realizzazione in serie di una grande quantità di prodotti; 

quanto al termine "cultura", al di là della rilettura articolata che ne ha dato l'antropologia, l'accezione principale con cui esso ricorre nel linguaggio quotidiano è quella di tipo classico-umanistico: cultura è il complesso delle esperienze intellettuali di una civiltà, depositato nelle opere letterarie, musicali, artistiche, nelle teorie scientifiche e filosofiche, e in generale nell'insieme di idee e simboli che formano l'universo del sapere.

2)

Il 3 settembre 1833, a New York, una nuova presenza si aggira per le strade della città. Sono gli "strilloni", ragazzetti incaricati di vendere ai passanti il "New York Sun", edito da Benjamin Henry Day, Il prezzo modico (1 penny ogni copia) e lo slogan accattivante con cui il giornale si presenta, «it shines for all» ("splende per tutti) mostrano la chiara volontà dell'editore di raggiungere il pubblico più ampio possibile Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione culturale. Il modello della stampa popolare fece ben presto la sua comparsa anche oltre oceano. Nel 1836, a Parigi, il giornalista e uomo politico Émile de Girardin fondò un nuovo giornale, "La Presse", di cui riuscì a dimezzare il prezzo di abbonamento con un espediente destinato ad avere nei decenni successivi un grande successo: l'inserzione di annunci pubblicitari.

3)

La stampa tardottocentesca è anche il veicolo di una nuova forma di comunicazione, destinata a diventare negli anni successivi un prodotto chiave dell'industria culturale: il fumetto. 

Grazie all'intraprendenza di un direttore cli giornali statunitense, Joseph Pulitzer, intenzionato a incrementare le vendite domenicali del quotidiano "New York World", il 5 maggio 1895 un giovane disegnatore dell'Ohio, Richard Outcault, presenta per la prima volta una serie di storielle umoristiche ambientate in un vicolo degli slums newyorkesi. Il personaggio principale dei vari racconti è The Yellow Kid, un buffo ragazzino vestito con un lungo camicione giallo, sul quale sono riportate frasi e battute relative alle vicende narrate, che solo in un secondo tempo il disegnatore affiderà ai balloons, cioè alle caratteristiche "nuvolette".

4)

Già negli anni Venti dell'Ottocento, lo scienziato francese Joseph Nicéphore Niépce inizia i suoi esperimenti sulla possibilità di imprimere immagini su una lastra sfruttando solo la luce, senza ricorrere a un'incisione. Da questi studi nascerà una delle invenzioni più stupefacenti della storia umana: la fotografia. La fotografia nasce come strumento di raffigurazione di paesaggi, soprattutto urbani, e di strutture architettoniche. Con il tempo, però, essa finisce per ritrarre anche soggetti umani. Fotografare e farsi fotografare diventano modi per realizzare altrettante modalità di vita sociale: davanti all'obiettivo sfilano intere famiglie, ma anche singoli individui di varie condizioni sociali che sperimentano per la prima volta l'onore del "ritratto" e persone che vengono colte nello svolgimento delle loro professioni. In un contesto storico-sociale caratterizzato da frequenti movimenti migratori e dalla frammentazione dei nuclei familiari, l’immagine fotografica diventa cosìí il simbolo del mantenimento dei legami affettivi. Anche in questi usi apparentemente intimi, personali, la fotografia è però un'immagine pubblica, di rappresentanza sociale: "cristallizza" le persone così come esse - o il fotografo per loro — desiderano venire percepite, ricordate, considerate. 

La parola “cinematografia significa letteralmente “scrittura del movimento” (a differenza dei libri è mobile)

L'utilizzo del cinema come strumento di comunicazione, di intrattenimento sociale nacque grazie all'opera di due pionieri: George Melies e David Griffith. Con il primo la ripresa cinematografica cessò di essere mera documentazione dell'esistente per diventare messa in scena di situazioni fantastiche. Dobbiamo invece a Griffith la grammatica del cinema. Con loro il cinema divenne una vera e propria forma di spettacolo, cioè di “ri-creazione” della realtà attraverso la messa in scena, in quanto la tecnica di ripresa e di proiezione cinematografica offriva risorse espressive fino a quel momento sconosciute: cambiando inquadratura si poteva ad esempio avvicinare e allontanare gli oggetti creando così illusioni di situazioni differenti e diversamente interpretabili.

5) 

Nella sua opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, all'interno di una riflessione sul ruolo dell'arte nell'esistenza umana, dedicò particolare attenzione alla musica, che egli riteneva capace di rivelare “l'essenza intima del mondo”. La posizione di Schopenhauer esprime in qualche modo la suggestione esercitata sugli esseri umani dal suono, generata soprattutto dalla sua impalpabilità: diversamente da una poesia o da un dipinto, che esistono concretamente (come pagina scritta o come tela) anche nel momento in cui non li si legge o non li si guarda, un brano musicale "esiste" veramente solo durante la sua esecuzione. Proprio questo tratto della musica generò forse il desiderio di "riprodurla" mediante strumenti che ne consentissero l'ascolto anche in assenza dei suoi esecutori diretti.

Pag. 419

L' “apocalittico” è un intellettuale che non viene a patti con la cultura di massa e che si propone come difensore di una concezione aristocratica del sapere. L' “integrato” è invece un intellettuale disposto ad accettare la cultura di massa e ad utilizzarne gli strumenti.

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, vari studiosi tra cui filosofi (Nietzsche), psicologi (Gustave Le Bon) e sociologi, espressero la loro preoccupazione riguardo alla crescente rilevanza sociale delle “masse”, definite “moltitudini sprovviste di autonomia intellettuale e facilmente manipolabili”. Il sociologo statunitense Herbert Blumer mette a confronto i concetti di “pubblico” e di “massa”. Il primo sarebbe un gruppo di persone costituito intorno ad un determinato tema che apre un dibattito per confrontare idee diverse e giungere ad una soluzione, mentre una massa è niente di più che un aggregato eterogeneo di persone che, a causa della distanza spaziale tra i membri, privo di autocoscienze e di un'identità e incapace di seguire una condotta razionale.

I sociologi Theodor Adorno e Max Horkheimer introdussero, a metà del '900, con un'accezione fortemente negativa, il concetto di “industria culturale”. Il termine si riferisce infatti al complesso dei prodotti e delle strategie di distribuzione nati dalla colonizzazione economica della sfera culturale, con la promozione di modelli di vita funzionali ad una civiltà consumistica. Essa si serve dei mezzi di comunicazione di massa e immette sul mercato prodotti qualitativamente mediocri, finalizzati ad impoverire il senso critico del consumatore, lasciandogli però l'illusione di essere sovrano delle proprie scelte e dei propri gusti.

 

416

1) La cultura di massa, sviluppatasi nel xix secolo, è un tipo di società caratterizzata dal graduale accesso delle masse popolari alla sfera dei consumi e alle diverse forme di partecipazione politica e culturale.

2) Nella società di massa viene a disposizione un'offerta sempre più ampia e differenziata di prodotti editoriali, differenziati per soddisfare ogni tipo di utenza. Vengono quindi prodotti giornali, riviste, fumetti e fascicoli, ma anche rotocalchi (genere di rivista concentrato su attualità e uno dei primi tentativi di unire immagini e testo) e fotoromanzi (racconti narrati attraverso sequenze fotografiche con didascalie e balloons).

3) “Infotainment” è un'espressione formata dalle parole inglesi “information” e “entertainment”; sta ad indicare il genere televisivo prevalente nella società di massa, che consiste in un misto di informazione e divertimento.

4) Nell'era digitale la cultura e facilmente e velocemente accessibile da tutti in qualsiasi momento. Computer, e-book e cellulari hanno, in alcuni casi, sostituito i libri, rendendo la lettura di libri più “comoda”, ma con una conseguente perdita del valore affettivo legato al testo fisico. Esiste in oltre il rischio che le informazioni di cui si viene in possesso possano non essere completamente corretto: data l'immensa disponibilità di materiale su internet, l'utente difficilmente riesce a trovare informazioni attendibili, proprio a causa dell'enorme quantità di informazioni presente. Questo fenomeno è detto “information overload”.






I meccanismi dell’ esclusione sociale: la devianza

 I meccanismi dell’ esclusinone sociale: La devianza

La devianza si configura come la forma più acuta di conflittualità sociale, con questo termine i sociologi intendono ogni comportamento non conforme alle norme sociali di una società in un determinato momento storico.

 

Questo concetto è più problematico di quanto la sua spiegazione sembri suggerire. Vediamo perché.

In primo luogo il fatto che la normalità, e conseguentemente la devianza, si costituiscano solo in rapporto alla loro definizione sociale ha un'immediata conseguenza: nessun comportamento è di per sé deviante e ciò che appare tale in un certo contesto sociale o un momento storico può non esserlo In altri tempi e luoghi.

Allo stesso tempo, però, il fatto che un certo atto possa apparire “normale” a chi lo compie non ne abolisce il carattere deviante. In secondo luogo, quando parliamo di “norme sociali” ci riferiamo, come sappiamo, a una pluralità di regole di condotta, differenti per tipo di legittimazione e grado di obbligatorietà. La loro violazione, di conseguenza, genera forme molto diverse di devianza, che possono andare dal rifiuto più o meno cosciente delle convinzioni sociali alle forme più efferate di criminalità. L'atto criminale, o reputato tale, costituisce per la società un problema indubbiamente maggiore dei comportamenti stravaganti e anticonformisti delle persone, che comunque destano, per la loro difformità dal comune sentire, l'interesse del sociologo.

Infine, l'esistenza di norme diverse per contenuto e  tipologia sono problemi di “giurisdizione” tra le une e le altre norme. Le usanze e costumi morali non sono ugualmente praticati all'interno della società da tutti i membri, mentre le norme giuridiche, emanate dallo Stato, valgono in modo indifferenziato per tutti gli individui. Può capitare così che un soggetto non appaia "deviante" dal punto di vista dei valori del gruppo sociale a cui appartiene, ma sia considerato tale dal punto di vista della legge o di altri gruppi sociali. 

La sociologia in fronte alla devianza


Nella seconda metà dell'800, in piena cultura positivista, il criminologo Cesare Lombroso ipotizza un'origine biologica della devianza e arrivò al sostenere che i crimini fossero identificabili attraverso precise caratteristiche fisiche, come ad esempio la forma del cranio.

La specificità di un approccio sociologico alla devianza è data dal tentativo di mettere in correlazione l'insorgenza di condotte devianti non già con particolari fattori individuali ma con determinate variabili di natura sociale.É all'interno della scuola di Chicago che nascono i primi studi sul fenomeno della devianza, nella forma di ricerche etnografiche su particolari comunità devianti: I Vagabondi protagonisti di The Hobo e altre opere. In queste opere la condotta deviante viene vista come prodotto di una particolare subcultura, cioè di un complesso di idee, valori,  modelli di comportamento e linguaggi elaborato da un certo gruppo, all'interno del quale l'individuo compie un percorso di socializzazione. I sociologi di Chicago, inoltre, studiarono il rapporto tra le diverse comunità devianti e la configurazione spaziale della vita urbana, mostrando come esse tendessero maggiormente a proliferare in certe aree territoriali piuttosto che altre, precisamente in quelle dove era più la disorganizzazione sociale, cioè dove era più debole l'influsso delle norme della società statunitense convenzionale.

Merton: La devianza come divario tra mezzi e fini sociali

Il sociologo


Robert Merton ha fornito una interpretazione riguardante la devianza. Merton parte dalla constatazione, che all'interno di ogni società, esiste un divario tra gli scopi che vengono proposti ai membri della società stessa e i mezzi effettivamente disponibili per conseguirli. Il comportamento deviante rappresenterebbe quindi un tentativo di appropriarsi delle mete socialmente desiderabili attraverso vie diverse da quelle della legalità, e sarebbe sollecitato dallo scarto tra aspirazioni e possibilità effettive sperimentato dalla maggior parte degli individui. Naturalmente Merton è consapevole che non tutte le persone che avvertono questo scarto mettono in atto comportamenti devianti; esistono Infatti, secondo lo studioso, altre possibilità di reazione individuale a questa divario tra mezzi e fini sociali:

  1. ·         Il conformismo (l’individuo accetta gli scopi sociali,pur sapendo di non poterli conseguire)
  2. ·         il ritualismo (ò’individuo si conforma alle condotte accettate dalla società, ma non crede più ai valori che esssa propone)
  3. ·         la rinuncia (l’individuo rifiuta sia i valori sociali sia i mezzi proposti per raggiungerli)
  4. ·         la ribellione (l’individuo rifiuta scopi e mezzi e combatte attivamente per proporre nuovi valori e nuove condotte di vita)

La teoria di Merton è stata accettata e ripresa anche da altri studiosi. Essa si presta molto bene a spiegare la condotta deviante di individui e gruppi socialmente marginali. Tuttavia i devianti non appartengono soltanto a queste categorie sociali; com’è facilmente constatabile dalle semplici lettere di un quotidiano, i reati e le attività socialmente deprecabili sono “trasversali” a tutte le fasce di popolazione

La stratificazione sociale nella società contemporanea



370-378

Oltre i classici

Al di là dell'idea che il controllo dei mezzi di produzione sia il criterio fondamentale per determinare la posizione sociale di individui e gruppi ciò che oggi appare discutibile è soprattutto il giudizio dello studioso tedesco sul destino delle classi nel futuro della società industriale . 

Marx pensava infatti che gli sviluppi del capitalismo avrebbero finito per radicalizzare l'antagonismo sociale tra una minoranza sempre più ricca ( grazie alla concentrazione dei capitali ) e una massa di lavoratori completamente proletarizzati , costretti a vivere con salari di pura sussistenza. 

In realtà , almeno nei paesi occidentali , l'evoluzione è stata ben diversa . 

Le classi medie

L'espressione classi medie indica la particolare collocazione nella società di una certa fascia di popolazione , intermedia tra l'alta borghesia e la classe operaia , da cui i membri delle classi medie tenderebbero costitutivamente a prendere le distanze . Analogo significato ha l'espressione anglosassone middle classes , utilizzata per indicare le fasce di popolazione collocate tra le upper classes e working classes.

Nel suo saggio sulle classi sociali italiane pubblicato negli anni Settanta del Novecento , l'economista Paolo Sylos Labini mette in evidenza la scarsa omogeneità dei ceti medi dal punto di vista della composizione sociale , delle professioni e dei redditi : essi comprendono gli appartenenti sia alla piccola borghesia autonoma ( commercianti , artigiani , piccoli professionisti ) , sia al variegato campo della piccola borghesia impiegatizia ( tecnici dell'industria , insegnanti , lavoratori non manuali dipendenti del settore pubblico e privato ) , sia ad altre categorie particolari. 

Per questa sua eterogeneità la fascia delle classi medie si presenta sostanzialmente ambigua, senza scopi o interessi sociali comuni , sprovvista di un codice sicuro e unitario di valori e pertanto imprevedibile dal punto di vista della condotta е sociale : spregiudicata nel comportamento elettorale perché priva di un reale progetto politico , capace di grandi slanci come di risentimenti meschini .

Un quadro abbastanza spietato del mondo delle classi medie , limitatamente alla realtà sociale statunitense degli anni Cinquanta del Novecento ma con osservazioni valide ancora oggi , ci è offerto in Colletti bianchi di Charles Wright Mills . 

Con l'espressione "colletti bianchi " l'autore designa quelle categorie professionali che l'espansione della burocrazia pubblica e privata ha posto come "cuscinetto " tra la borghesia imprenditoriale e gli operai salariati (blue collars ): impiegati , insegnanti , professionisti stipendiati . Privi di un reale potere di intervento sociale , politicamente indifferenti e sprovvisti di idee proprie , i colletti bianchi accettano passivamente i modelli culturali della società di massa , che li manipola per scopi a loro estranei sempre più simili alla classe operaia per situazione di subalternità e condizione economica , tendono però ad attribuirsi uno status sociale superiore e a prenderne le distanze negli atteggiamenti e nello stile di vita. 


Un altro aspetto porta necessariamente a rivedere le tesi "classiche " sulla stratificazione sociale : il generale aumento di benessere che si è verificato nelle società industriali avanzate ha ridotto sensibilmente le disuguaglianze economiche tra i diversi gruppi e individui. L'accresciuta disponibilità di denaro e il miglioramento delle condizioni di vita ha consentito alle classi popolari un accesso a beni e servizi che prima erano loro preclusi.


Proprio la sfera dei consumi - e in particolare certi suoi ambiti come il settore dei beni e dei servizi rivolti ai giovani - è quella in cui si assiste a un livellamento , almeno apparente , delle differenze sociali. Alla diffusione dei comportamenti di consumo si è accompagnata una generale omogeneizzazione degli stili di vita , favorita anche dall'opera di socializzazione svolta dai mass media.

Le disuguaglianze sociali: oltre la superficie 

La maggiore articolazione del sistema di stratificazione e la riduzione delle disuguaglianze economiche tra le diverse fasce sociali non devono comunque farci credere che le differenze di classe abbiano oggi un peso irrilevante nella vita delle persone . 

Le statistiche rilevano che chi nasce in una posizione sociale meno privilegiata e con un reddito più basso non ha le stesse opportunità di chi appartiene alle fasce più al te della società , a cominciare dalla speranza di vita .

Chi appartiene a un livello sociale più alto ha in genere anche maggiori probabilità di raggiungere un elevato livello di istruzione , e comunque di superare le difficoltà incontrate nello studio, grazie a un ambiente familiare ricco di stimoli e strumenti culturali , alle opportunità di apprendimento fornite da esperienze culturali extrascolastiche di vario tipo , e , non ultimo , all'uso quotidiano di un lessico grammaticalmente più corretto e concettualmente più elaborato.

Nuove dinamiche di stratificazione

Un discorso sulla stratificazione nelle attuali società occidentali non può prescindere da un fatto importante . In conseguenza dei forti flussi migratori contemporanei che hanno investito quasi tutti i paesi industrializzati e del formarsi di società molto variegate dal punto di vista della composizione etnica , le dinamiche della stratificazione si sono modificate . In particolare , è mutata la percezione che le persone hanno della loro posizione sociale . 

Innanzitutto , le comunità immigrate vengono ancora spesso percepite come gruppi sociali " a sè " , la cui collocazione supera le tradizionali linee di demarcazione tra le classi : precari per posizione giuridica, con uno status professionale modesto, separati dal resto della popolazione sia fisicamente sia culturalmente . 

Il meccanismo che può scattare in questa situazione è quello di una sorta di compensazione di status: confrontandosi con l'immigrato l'individuo con una modesta posizione sociale tende ad accentuare la propria distanza rispetto a lui e a percepirsi in qualche modo più "in alto" nel sistema di stratificazione quelle relative al sesso. 

Ma può anche scatenarsi un meccanismo opposto alla compensazione degli status quando l'individuo soprattutto in contesti di crisi economica , in cui aumenta la competizione tra i gruppi per l'appropriazione delle risorse sociali - percepisce il confronto sociale in modo più negativo . In realtà la dinamica globale è più complessa . Da una parte le persone avvertono il contrasto tra le proprie aspettative e la realtà materiale della loro esistenza , dall'altra ipotizzano che questo contrasto non sussista per gli altri gruppi sociali , non solo quelli economicamente più benestanti , ma, paradossalmente anche quelli più deboli , come le comunità immigrate , che, proprio grazie agli interventi di assistenza e di sostegno che ricevono sembrano godere di una posizione sociale privilegiata . 

A questo proposito gli studiosi parlano di deprivazione relativa è il fenomeno per cui il confronto con standard ideali di riferimento o con lo status di altri individui o gruppi , percepito come più favorevole , incide in modo negativo e decisivo sul giudizio che le si formano sulla propria posizione sociale . Occorre aggiungere che questo meccanismo riguarda la stessa realtà dei migranti : se l'individuo immigrato è portato a confrontarsi con i suoi connazionali rimasti in patria e si sente probabilmente fortunato , i suoi figli o comunque le generazioni successive tenderanno invece a paragonarsi ai loro coetanei occidentali e a maturare una diversa valutazione delle proprie condizioni .

Nuove forme di povertà

La riduzione delle disuguaglianze economiche nei paesi occidentali pone in termini nuovi anche un altro tema importante: quello della povertà. chi sono i poveri, oggi?

Oltre quale soglia una persona o una famiglia può definirsi in condizione di povertà ? L'immagine del "povero " che si affaccia alla nostra mente di fronte a domande di genere è probabilmente quella di una persona in condizioni di estrema indigenza , difficoltà a procacciarsi i beni e i servizi necessari per sopravvivere o quantomeno condurre un'esistenza umanamente dignitosa . Questa immagine rappresenta in modo delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni umani fondamentali (cibo , vestiario , efficace quella che i sociologi chiamano povertà assoluta , definibile come la abitazione ) . 

Tale condizione , che costituisce tuttora una drammatica realtà in molti paesi in via di sviluppo , fino al secolo XIX era una costante anche nelle società occidentali Tra il 1887 e il 1901 due studiosi inglesi, Charles Booth e Seebohm Rowntree, condussero separatamente due studi sulla popolazione di Londra e di York, da cui emerse che circa 1/3 degli abitanti di queste città viveva in condizioni di oggettiva povertà.

Tuttavia, quando si parla di povertà in se no ai paesi industrializzati si fa riferimento a una nozione diversa , ovvero al concetto di povertà relativa , introdotto dal socio logo inglese Peter Townsend  a partire dagli anni Sessanta del Novecento . 

Il concetto di povertà relativa muove dal presupposto che la condizione di vita di una persona o di una famiglia possa es sere definita solo a partire dall'ambiente sociale in cui vive : in base a questa prospettiva si definisce povero chi , pur potendo soddisfare i bisogni di base , manca delle risorse per raggiungere quelle condizioni che sono abituali o prevalenti , o almeno incoraggiate , nella società di appartenenza . La soglia oltre la quale un individuo o una famiglia possono dirsi poveri ( la cosiddetta linea di povertà ) viene solitamente stabilita in base all 'International Standard of Poverty Line " ( , un sistema di riferimento internazionale che definisce povera una persona che disponga di un reddito non superiore alla metà di quello nazionale procapite .

Fenomenologia dei “nuovi poveri”

Il concetto di povertà relativa ci permette di identificare, nelle moderne società industrializzate, una categoria di persone che possiamo definire “nuovi poveri”: si tratta di individui o nuclei familiari che vivono in condizioni dignitose, per i quali tuttavia le opportunità e le comodità che qualificano il tenore di vita medio di una società restano un traguardo irraggiungibile.

Ma chi sono questi “nuovi poveri”? Qual è la loro incidenza sul totale della popolazione? Se ci riferiamo al caso specifico dell’Italia, dai dati Istat relativi al 2008 risulta in condizione di povertà relativa l'11,3% delle famiglie residenti, per un totale di circa 8 milioni di persone. Questa percentuale cresce considerevolmente al Sud, dove quasi una famiglia su 4 è povera (23,8%).

Tra i fattori più significativi associati alla condizione di povertà ci sono l'elevato numero di figli; la presenza di almeno un anziano nel nucleo familiare; la mancanza di uno dei genitori . 

Questi dati evidenziano una carenza profonda del Welfare State e l'insufficienza delle politiche pubbliche a sostegno della famiglia e dei suoi problemi più rilevanti. La povertà relativa ha un'alta incidenza anche presso gli anziani soli, soprattutto se donne, Per quanto riguarda altre variabili socio-demografiche, i dati mostrano che l'incidenza della povertà è maggiore in presenza di bassi livelli di istruzione e di profili professionali non qualificati: una persona con la licenza elementare ha il quadruplo delle probabilità di essere povera rispetto a chi ha un elevato titolo di studio; il rischio di povertà, inoltre, è mediamente più alto per i lavoratori dipendenti rispetto a quelli autonomi, e per i pensionati rispetto a entrambi.

Una condizione tipica del nostro tempo, legata a fenomeni come la precarizzazione del lavoro e le frequenti rotture dei nuclei familiari, è la cosiddetta “povertà fluttuante”, ossia il verificarsi di condizioni di disagio economico temporaneo, più o meno prolungato, dovute all’insorgenza di eventi improvvisi che peggiorano la qualità di vita degli individui. La perdita imprevista dell'occupazione, un divorzio o un abbandono da parte del partner possono esporre le persone, le donne in particolare, a situazioni di improvvisa povertà. Anche una malattia o un incidente, che rendono per un certo periodo inabili al lavoro e contemporaneamente richiedono cure costose e qualificate, possono mettere in difficoltà una persona o una famiglia che fino a quel momento aveva goduto di una relativa tranquillità economica.

La mobilità sociale

L'articolazione della società in classi implica per gli individui la possibilità di passare da una classe sociale all'altra e quindi di mutare la propria posizione all'interno del sistema di stratificazione: tale fenomeno è definito dai sociologi mobilità sociale, 

Questa possibilità si può configurare sia come mobilità discendente (il mutamento verso il basso, che peggiora la condizione dell'individuo), sia come mobilità ascendente (il mutamento verso l'alto, che pone l'individuo in una posizione migliore). È principalmente alla mobilità ascendente che si riferisce l'analisi sociologica.

La mobilità ascendente è preclusa per principio nelle società divise in caste, come quella indiana, in cui la nascita “inchioda” le persone a una posizione sociale immutabile fino alla morte. Nel mondo occidentale, invece, la stratificazione coesiste con la possibilità, teoricamente illimitata, di avanzare all’interno della scala sociale, evento realizzabile nell'arco della vita individuale oppure nello spazio di più generazioni. Alcuni paesi fanno di questa possibilità un valore sociale di fondo e un elemento chiave della propria identità nazionale.

Ma esiste davvero nelle nostre società la possibilità di una mobilità sociale? 

Non è facile dare una risposta efficace a questa domanda. Innanzitutto, occorre distinguere tra mobilità assoluta, data dal numero complessivo di persone che si spostano da una posizione sociale a un'altra, e mobilità relativa, che consiste nel grado di uguaglianza delle possibilità di ciascuno di migliorare la propria posizione. Questo significa che una società ha un'alta mobilità relativa se la possibilità di spostarsi all'interno del sistema di stratificazione sociale è uguale per tutte le classi. Ed è proprio la mobilità relativa che dobbiamo prendere in considerazione se vogliamo valutare la capacità di “apertura” di una società: essa infatti potrebbe presentare un elevato tasso di mobilità, ma limitato a una particolare fascia della popolazione, ad esempio il mondo variegato e composito delle classi medie, senza coinvolgere gli strati più bassi. Può accadere, inoltre, che lo spostamento riguardi soltanto posizioni sociali contigue, rivelando invece percentuali modeste relative alla “mobilità a lungo raggio”.

Infine, in particolare per la mobilità tra le generazioni, occorre tenere presente che molti cambiamenti di posizione occupazionale derivano da trasformazioni più generali del sistema produttivo.

Alle origini della conflittualità sociale

 366-367


Un punto di partenza: Durkheim e il concetto di anomia

Parlare di conflittualità sociale, da un punto di vista sociologico, non significa semplicemente individuare quegli aspetti e problemi che, all'interno della società, creano una situazione di conflitto tra individui e gruppi o tra questi e la collettività nel suo complesso. Significa anche e soprattutto cogliere la natura eminentemente sociale di questi aspetti e problemi, individuare cioè nella società non solo un  luogo in cui il conflitto si manifesta, ma anche un complesso di fattori da cui esso si genera.

Emile Durkheim nel suo saggio “ Il suicidio. Studio della sociologia” e nell'opera “La divisione del lavoro  sociale” introduce nel linguaggio sociologico il termine "anomia", Indicando con esso quello stato di  carenza normativa che si crea in una società quando si indebolisce la coesione tra i suoi membri,  presupposto, necessario per la formazione di valori e sentimenti comuni. L’anomia priverebbe gli individui di quelle direttive in grado di mantenere la condotta entro limiti appropriati, e favorirebbe  la disgregazione morale della società e l'insorgere dei comportamenti pericolosi per sé e per gli altri. 

La concezione durkheimiana di “anomia” ci suggerisce che la causa profonda di questi eventi risiede nella società e non nelle persone: “anomici” non sono gli individui, con i loro comportamenti o i loro tratti di personalità, ma piuttosto i contesti sociali in cui si trovano a vivere. 

Da dove scaturisce l'anomia  stessa? 


Durkheim pensa che questa condizione di carenza normativa non sia strutturalmente connesso alla  vita sociale, ma che possa verificarsi in determinate congiunture storiche, caratterizzate da mutamenti particolarmente rapidi e radicali. Durkheim attribuisce alla Sociologia il compito di riaffermare la fondamentale coesione e unità organica del corpo sociale, contro ogni tendenza anomica. 

La stratificazione sociale

Il sociologo Peter Berger nel suo manuale “sociologia. La dimensione sociale della vita quotidiana" osserva l'esperienza sociale che si configura fin dai suoi inizi come un'esperienza di differenze: constatiamo che le persone sono diverse e non soltanto come individui, ma anche come rappresentanti di determinate categorie o gruppi sociali. A questa differenza corrisponde una diversa collocazione su un'ideale scala sociale, nel senso che alcuni gruppi o categorie sembrano disporre di opportunità e risorse che ad altri sono precluse o accessibili in misura minore. Questo fenomeno si chiama stratificazione sociale, ovvero la presenza, all’interno della società, di una molteplicità di livelli, che si differenziano per la possibilità di accesso alle risorse sociali di cui godono i membri di ciascun livello.

I classici di fronte alla stratificazione: Marx e Weber

E’ stato Marx a porre al centro del discorso sociologico l’analisi delle classi sociali e dei rapporti tra di esse. Dalla nozione marxiana di “classe” discende un’interpretazione della stratificazione sociale che presenta alcuni aspetti caratteristici.


Per Marx, il criterio fondamentale che determina la stratificazione sociale è di tipo economico: è il rapporto intrattenuto con la proprietà dei mezzi di produzione, che decreta la classe di appartenenza e non con altre caratteristiche, come il potere o il prestigio, che ne sono le conseguenze.

La nozione di stratificazione si lega a quella della conflittualità. Tra le classi sociali il rapporto è di conflitto perenne, poiché le loro reciproche posizioni sono generate dalla lotta per l'appropriazione delle risorse. Questa conflittualità è una costante nella storia dell’uomo, ma nella società industriale assume una nuova e originale configurazione, sia per la drastica riduzione delle forze in gioco, cioè la borghesia capitalista e il proletariato, sia per la novità dell’assetto sociale a cui dovrà approdare. La classe di appartenenza determina la posizione che un individuo ha all’interno della società, ma essa non genera necessariamente in quello stesso individuo una reale percezione della posizione che egli si trova a occupare. 

Marx chiama questa condizione “falsa coscienza”, condizione che minaccia i membri della classi subalterne: il monopolio delle idee, esercitato da chi detiene il potere, infatti, porta i membri delle classi subalterne a introiettare le idee e i valori socialmente dominanti, e in questo modo preclude loro la possibilità di prendere coscienza dello sfruttamento a cui sono soggetto. Anche Weber ha affrontato il tema della stratificazione sociale. La teoria weberiana, prende avvio dall’analisi di Marx, ma tenta di integrarla e superarla. 

Weber ritiene che il concetto marxiano di classe isoli solo un fattore della stratificazione sociale, quello economico, identificato con la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione, mentre il fenomeno è più complesso. Accanto alla classe Weber individua altri due fattori che determinano le differenze di livello tra i diversi gruppi sociali: lo status e il potere. Il primo può definirsi come il livello di prestigio sociale detenuto da un gruppo o da un individuo, che costituisce una variabile indipendente, benché spesso legata alla posizione di classe.


Verfifica pag 362

 1)

A-Vero

B-Falso

C-Vero

D-Falso

E-Vero

2)

a) Stateways

b) b- il complesso dei meccanismi su cui la società costringe gli individui ad attenersi alle norme socialmente accettate

c) b- la tendenza all'innovazione

3)

a) Istituzioni totali

b)Ruolo

c) Trasposizione delle mete

4)

a) Conflitto Intra Ruolo

b) Conflitto Inter Ruolo

5)

Il sociologo statunitense ha introdotto la funzione manifeste e funzioni latenti

Per esempio nella danza della pioggia

Manifesta: di suscitare la precipitazione    

Latente: di consolidare i legami all'interno del gruppo e rafforzarne l'identità sociale

6)

Secondo Foucault:

-Controllare e Sorvegliare=bisogna limitare il la libertà come punizione 

-Sorveglianza costante

Un caso embleatico le istituzioni penitenziarie



Le istituzioni penitenziarie

 

L'evoluzione delle istituzioni penitenziarie nella cultura occidentale, oltre a costituire uno degli aspetti più significativi e allo stesso tempo più inquietanti della nascita della modernità, rappresenta anche un'ottica privilegiata da cui cogliere i tratti tipici di ogni istituzione:

·         I criteri e sistemi con cui ogni comunità decide di sanzionare i comportamenti non conformi alle norme socialmente condivise costituiscono la manifestazione più visibile del controllo sociale.

·         La molteplicità degli scopi sociali di cui la collettività investe le istituzioni penitenziarie  permette di cogliere in esse un caso emblematico della  pluralità di funzioni, aspetti e significati che caratterizza ogni ambito istituzionale. 

·         Le istituzioni penitenziarie sono in modo emblematico, delle organizzazioni.

 

Dal supplizio alla sorveglianza

È probabile che il concetto di istituzione penitenziaria evochi immediatamente in ognuno di noi il pensiero del carcere con cui oggi si è soliti sanzionare chi ha commesso il reato. Fino alla seconda metà del Settecento, nelle società occidentali la prigione non era una vera e propria struttura di detenzione, ma il luogo in cui venivano temporaneamente ospitati gli imputati in attesa del giudizio. 

 

La forma paradigmatica delle punizioni, era il supplizio, nella varietà delle sue manifestazioni: I criminali venivano torturati, fustigati, sottoposti al pene corporali di ogni tipo spesso; questo rituale di sofferenza culminava nell' esecuzione pubblica, condotta al cospetto della folla con modalità piuttosto cruente. 

 

Come ha mostrato lo storico e filosofo francese Michael Foucault  nel saggio "sorvegliare e punire ",  la punizione costituiva una vera e propria dimostrazione di forza da parte del potere politico nei confronti di chi aveva violato la legge e di ogni potenziale trasgressore e ciò ne giustificava tanto la ferocia quanto il carattere spettacolare.

Perché nascesse il concetto moderno di prigione erano necessari un ripensamento del significato della pena,  non più intesa come semplice vendetta del potere nei confronti dei suoi oppositori, e dall'altro la diffusione a livello sociale di una nuova sensibilità, contraria all'uso di supplizi efferrati e cruenti e all'esibizione pubblica della Sofferenza.  è ciò che avviene nella cultura europea a partire dal XVIII secolo quando gli intellettuali illuministi,  invocarono la necessità di un diritto penale più razionale umanitario. Parallelamente a questo si affermò quel processo di affinamento dei costumi  e dei comportamenti che il sociale tedesco Norbert Elias definì Zivilisation  che da ceti socialmente più elevati si diffuse gradualmente a strati sempre più ampi di popolazione.


Fu negli Stati Uniti, per iniziativa dei quaccheri, che nella seconda metà del Settecento sorsero le prime carceri nel senso moderno del termine. Il loro nome, penitenziari houses, si spiega proprio considerando la finalità di tipo spirituale e religioso che ne ispirò la realizzazione: permettere al recluso l'espiazione delle proprie colpe attraverso l'isolamento e la pratica quotidiana del lavoro; lo stesso spazio fisico in cui era rinchiuso il detenuto era pensato secondo il modello di ispirazione religiosa della cella monastica.

 Walnut Street, inaugurata in Pennsylvania nel 1784, fu la prima struttura di questo tipo. Ispirato a simili principi, ma con alcune modifiche di carattere organizzativo fu il carcere di Auburn che nacque nello stato di New York nel 1818. Nel corso del XIX secolo i modelli carceri statunitensi si diffusero rapidamente in tutta l'Europa.

Secondo Foucault, con la nascita delle prigioni moderne si assiste a una nuova modalità di punizione, quella della tecnologia disciplinare, il cui scopo non è più  martoriare il corpo del detenuto, ma controllarlo e sorvegliarlo attraverso la definizione rigorosa degli spazi e dei tempi, dell'attività che lo riguardano. A tale intento viene finalizzata la stessa struttura architettonica del carcere, che deve garantire la sorveglianza costante del detenuto, ma al tempo stesso impedirle di conoscere il momento effettivo in cui viene osservato dai sorveglianti, favorendo così l'interiorizzazione della punizione. L'istanza di disciplina di controllo che presiede al sorgere delle carceri si afferma, secondo Focault, anche in altre istituzioni segregative, che nascono parallelamente in seno alla società occidentale: ospedali, manicomi, scuole e caserme. La medesima istanza presiederebbe, secondo l'autore, persino alla nascita della Scienza umane, che sorgono nello stesso periodo con l'intento di studiare il comportamento degli individui e di controllare i meccanismi che lo determinano.


La funzione sociale der carciere

  

Perché si mettono le persone in prigione?
Da un lato, la gente imputa alle autorità giudiziarie un uso limitato o eccessivamente indulgente delle pene detentive, dall'altro manifesta scarsa fiducia nel utilità sociale del carcere e nella sua capacità di arrecare benefici a chi vi è recluso. Anche le critiche all'organizzazione carcere non sono univoche: c'è chi lamenta il sovraffollamento delle prigioni e il degrado delle condizioni di vita dei detenuti, e chi all'opposto, ritiene che il regime carcerario sia troppo mie per coloro che devono scontare una condanna.

La definizione della funzione sociale del carcere rimanda, in realtà due questioni chiavi: 

·         Lo scopo della pena

·         la definizione di criminale. 

 

Per quanto riguarda lo scopo della pena è necessario richiamare alcune delle principali teorie che storicamente sono state adottate in merito: 


• le teorie a retributive, sono quelle concezioni che vedono nella pena la giusta retribuzione del danno causato dal Reo con il suo gesto, proporzionale per entità alla gravità dell'infrazione commessa. 

•  le teorie utilitaristiche, che considerano la pena giustificabile dal punto di vista della sua finalità sociale che può essere definita in diversi modi: 

1. come forma neutralizzazione del Reo e del pericolo che esse rappresenta; 

2. come dispositivo di prevenzione dei reati; 

3. come strumento di rieducazione e di recupero sociale dell'individuo.


Lo scopo della pena è quello di impedire al Reo di fare nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere agli altri da farne degli uguali. 

La lettura in chiave "riabilitativa" dell'istituzione carceraria sembra la più plausibile sotto il profilo razionale umanitario; tuttavia essa si scontra con una serie di problemi e ambiguità di fondo. 

Da un punto di vista empirico, è fin troppo facile contestare l'idea che la prigione possa rieducare i soggetti condannati, l'altra percentuale di recidive riscontrabili tra i detenuti e in genere le difficoltà di reinserimento sociale delle persone uscite dal carcere sembrerebbero attestare la debolezza di questa convinzione. 

Inoltre accentuare l'idea della carcerazione come riabilitazione rischia di assimilare lo status di detenuto a quello di un malato portatore di una qualche patologia personale o sociale che è necessario correggere aprendo così la strada a pericolose derive verso la manipolazione e il controllo degli individui reclusi.

Oggi i moderni trattamenti carcerari sottolineano la necessità del coinvolgimento attivo e responsabile del detenuto nel suo programma di rieducazione: gli stessi benefici premiali; istituiti da molti ordinamenti penitenziari, sono subordinati alla condotta del detenuto e alla sua disponibilità ad accettare il percorso rieducativo che lo riguarda.


Ma possiamo anche chiederci se e in che modo sia applicabile alle istituzioni carcerarie la distinzione di merton tra funzioni latenti e funzioni manifeste e delle istituzioni. Una possibile risposta a questo interrogativo è stata formulata da Emile Durkheim, in " la divisione del Lavoro sociale ". Lo studioso francese, dopo avere identificato nella rottura del legame sociale l'elemento costitutivo di ogni comportamento criminale, coglie nella sanzione inflitta al reo  una sorta di rituale collettivo in grado di ripristinare simbolicamente questo legame.  lo scopo più profondo della sanzione non sarebbe quindi quello di punire i trasgressori, ma piuttosto di rafforzare i vincoli sociali , riaffermando il valore delle norme condivise e dei comportamenti individuali a essa conformi. 

Potremmo allora pensare che l'istituto del carcere, Al di là delle finalità esplicite che si propone Nei riguardi dei soggetti condannati e della misura in cui riesce a conseguirle, sia anche un mezzo per ribadire la condanna sociale dei comportamenti criminali e per dare a questi stessi  comportamenti una visibilità che li renda Chiaramente definibili. in questo modo il carcere contribuirebbe a costruire la categoria sociale delle devianze e a distinguere tra ciò che è lecito e ciò che invece è inaccettabile in un determinato contesto sociale.

  

La Burocrazia: il tratto comune delle organizzazioni

 Che cosa è la burocrazia?

La burocrazia non indica semplicemente il complesso degli enti pubblici e dei loro uffici, essa designa un preciso modello di struttura comune, sia alle organizzazioni pubbliche sia a quelle private. Fu Max Weber, il primo a mettere in luce i tratti distintivi e gli effetti dirompenti sul piano della vita sociale, collegandone la Genesi al processo di realizzazione della società occidentale.

 

Le caratteristiche della burocrazia

1.       La natura burocratica delle organizzazioni sta nel fatto che in esse opera un personale, provvisto di una determinata professionalità, che viene stipendiato dall'organizzazione stessa e non dagli utenti che usufruiscono delle sue prestazioni. Inoltre la remunerazione è in funzione dell'incarico ricoperto non degli esiti a cui essa approda.

2.       In secondo luogo, ogni settore della burocrazia ha giurisdizione e compete
nze su un ambito particolare e solo su quello.

3.       In un'organizzazione strutturata secondo il modello burocratico, abbiamo Inoltre una stabile e rigida divisione dei compiti.

4.       Infine, le organizzazioni presentano una precisa struttura gerarchica; ogni individuo si colloca in un organigramma, cioè occupa una determinata posizione e può avere persone che dipendono da lui, a cui dare ordini e superiori a cui deve obbedire. Tra i diversi uffici e funzionari, le comunicazioni sono di tipo impersonale, solitamente scritte in modo da essere catalogate e archiviate. Il principio dell'impersonalità fonda anche quello che possiamo chiamare l'ethos burocratico, ossia l'insieme delle norme che guidano il comportamento dell' organizzazione e dei suoi funzionari nei confronti dell'utenza. Il rispetto rigoroso delle procedure necessarie per il buon funzionamento e l'organizzazione, esige Infatti il completo annullamento di ogni componente soggettiva, ossia di Ogni esigenza, motivazione ,valutazione, interazione tra il burocratese e la persona che mi richiede i servizi.

MERTON: LE DISFUNZIONI DELLA BUROCRAZIA

  • Secondo Weber, la burocratizzazione della vita sociale costituiva un processo inevitabile e irreversibile. Se da una parte lui vedeva una preoccupazione l'avvento di un mondo ridotto a un meccanismo di piccoli denti di ingranaggio, Come ebbe a definirlo, dall'altra però era persuaso che soltanto il modello burocratico fosse in grado di affrontare, con efficienza e professionalità, leesigenze di sistemi sociali sempre più complessi.
  • Dopo Weber, diversi autori hanno invece sottolineato come la struttura della burocrazia finisca per produrre le conseguenze che si scontrano con le intenzioni iniziali e che condannano l'agire del burocrate all'improduttività.  In particolare, Merton analizza le conseguenze sociali dell'agire burocratico. secondo lo studioso, il modello di organizzazione burocratica conduce inevitabilmente a una trasposizione delle mete in virtù della quale i mezzi che la burocrazia Che dispone per realizzare i propri scopi finiscono per sovrapporsi agli scopi stessi e per sostituirsi a essi. In sostanza, il rispetto rigoroso delle procedure originariamente richiesto al burocrate per garantire l'efficienza e l'imparzialità del servizio diventa spesso la preoccupazione più impellente del suo agire finendo in tal modo per intralciare il suo stesso lavoro e distoglierlo dagli scopi originari.
  • Un ulteriore disfunzione della burocrazia è data dal comportamento del burocrate che ,vincolato al miticoloso rispetto delle norme e delle procedure, manca della flessibilità necessaria per adattarsi al mutamento sociale ed è incapace di fronteggiare le situazioni inattese o non previste dai regolamenti con esiti talora grotteschi. Tal proposito si può parlare di personalità burocratica per indicare questo atteggiamento che diventa un vero e proprio habitus mentale acquisito dal burocrate nello svolgimento delle sue mansioni. La personalità e burocratica coinvolge anche utenti, che finisce per pensarsi secondo l'ottica anonima e rigidamente regolamentata delle procedure qui è soggetto, come un numero, un fascicolo, una scheda Tra le tante e per sviluppare un senso di frustrazione di sfiducia nelle possibilità della società di venire incontro alle sue esigenze.